Lu sound system ete al cnn delli poveri

Lyrics: Blasi Fernando Music: Blasi Fernando Lu sound system ete la BBC delli poveri
vedere il mondo dalla sella di una bici è diverso. vi ri- velo un segreto: pedalare è come volare. la bici dopo alcuni istanti scompare. Sparisce pure il mio dialogo in- terno. Scompaiono i suoni della campagna, scompare il rumore delle mie pedalate, il fruscio dei copertoni che mordono il terreno. È a questo punto, quando tutto intorno è silente, quando anche la bici scompare sotto le mie gambe, che mi sembra di volare. Sì, volare. Dolcemente volare. chissà se modugno andava in bici... Da quando faccio le gare di cross country ho inizia- to ad alimentarmi con criterio, riscoprendo la dieta dei miei nonni. credetemi, per un atleta è il massimo. Non mangio più cadaveri rossi (carne rossa), tutt’al più un po’ di pollo due volte al mese, e mi perdoni il formaggio se oramai i suoi grassi raggiungono solo di rado i miei va- si sanguigni. oggi mi nutro in modo sano, con verdure, cereali e legumi, e la mattina mi accontento di una cola- zione a base di caffè, banane, kiwi, arance e un cornetto. E poi, essendo ciclista, mi dopo! Nel senso che uso sostanze dopanti che alterano le mie prestazioni. il mio doping è assolutamente legale, e funziona bene ugual- mente: io mi faccio di alga spirulina, un’alga che contie- ne un mucchio di vitamine b che, a quanto pare, annul- lano la stanchezza. che i pensieri ci danneggiano, l’ho capito in bici. Ho già detto che la sensazione più gratificante che si prova su una bicicletta è l’interruzione del dialogo interno: tra- dotto in parole, significa smettere di pensare, smettere di ascoltare quella voce dentro di te che parla, si arrabbia, simula discussioni talvolta improbabili, prevede, profe- tizza assurdità, ricorda, dimentica, sfida, si nasconde e chissà di cos’altro è capace. Pensiamo sempre, ininter- rottamente. bene, talvolta questi pensieri crescono di volume, diventano assordanti e insignificanti. E più si fanno assordanti, più sono insignificanti. bisogna smet- tere di pensare per un momento, in un mondo con troppi pensieri e pochi pensatori – ripete sempre zio maurizio. Gianluca, il mio compagno di squadra, è un ottimo biker, dalla pedalata potente e continua, un passista insomma, mentre io sono uno scattista e vivo di soli agguati. lo conosco da quando eravamo piccoli. vive a San Pietro vernotico, un paese distante una decina di chilo- metri dal mio, e insieme a lui faccio parte di un team di bikers. la nostra squadra ha due obiettivi: le escursio- ni infrasettimanali, che giovano tanto all’umore quanto alle gambe, e poi le gare che ci permettono di passare intere domeniche in giro per il Sud italia. il team è composto da trentaquattro bikers, quattordi- ci hanno meno di quindici anni e sono la nostra speran- za: durante le gare li “carichiamo” per spingerli a dare il massimo, durante la settimana cerchiamo di fargli usare il cervello, perché lo sport è inutile se non riesci a dargli una ragione. molti di loro vivono nella 167, un quartiere degradato di San Pietro vernotico, che in passato è stato uno dei centri di comando della Sacra corona unita. capirete anche voi che in questi casi la mountain bike diventa una sorta di prevenzione per i minori a rischio. le gare permettono loro di conoscere altre storie, altre situazioni, altri coetanei che non parlano di compari, lupare bianche, rapine e borsoni da spostare da un pun- to all’altro del paese. E noi speriamo che li spingano a uscire, a tirarsi fuori dai quartieri violenti. Noi gli insegniamo a pedalare, a rispettare le regole in gara, a imparare le tecniche e le discipline che consento- no alle nostre bici di essere pedalate. Non è una scuola e non riceveranno alcun titolo, ma tornano a casa stanchi e con qualche idea in più. Gianluca è uno di quei bikers dotati d’infinita pazien- za, capace di portarsi in giro per gli sterrati tutti quei ragazzini chiassosi e brufolosi. Dovreste vederlo all’o- pera: è capace di gestirli con un solo sguardo, manco fosse un sergente di ferro. Però così i ragazzi crescono disciplinati. ma è un ruolo che si è ritagliato solo quando alle- na, perché Gianluca è soprattutto una persona gioviale e corretta, e se si comporta in modo inflessibile è solo perché conosce i quartieri degradati e sa bene che finché questi piccoli bikers avranno timore di arrivare in ritar- do ai suoi allenamenti avremo la possibilità di sottrarli alla criminalità. Quella mattina avevamo appuntamento per le 8 in punto sulla SS 16, all’uscita di Squinzano, dove di solito decidiamo se pedalare verso la costa o chiuderci nel cir- cuito del castello di villa Elvira. “mare o castello?”, domanda Gianluca. “ieri mare, oggi castello”. “vada per il castello. Però lo facciamo con i rapporti duri, guai a scendere sul trentadue, faremo tutto il cir- cuito con il quarantaquattro!”. “ci sto! Però ti blocco il cambio e blocco anche il mio, così siamo sicuri di non imbrogliare”. a questo punto molti di voi si staranno interrogando sul significato di ‘rapporti duri’, ‘trentadue’, ‘quaranta- quattro’ ecc. ecc. tranquilli, non stavamo dando i nume- ri e il ‘rapporto duro’ non è una performance pornosex tra ciclisti. Qualcuno di voi disporrà di una bici dotata del cam- bio di velocità, quel meccanismo che permette di sposta- re la catena migliorando la pedalata. Persino le comuni bici da passeggio lo possiedono, serve per affrontare senza sforzi sia i tratti in pianura che quelli in salita. Se avete presente una mountain bike o una bici da corsa, avrete intuito che essa si muove grazie alle vostre pedalate. avrete anche notato che i vostri piedi poggia- no sui pedali, che a loro volta fanno ruotare una ruota dentata, la guarnitura, che noialtri ciclisti chiamiamo ‘corona’. Per mezzo della catena la corona (le mountain bike di solito dispongono di tre corone dotate di 44, 32 e 22 denti) trasmette il moto rotatorio alla ruota poste- riore, anch’essa dotata di una serie di piccole corone dentate raggruppate su un unico pezzo chiamato ‘pacco pignoni’, visibile al centro della ruota posteriore. Detto questo, quando ci si appresta a scalare una sa- lita, per farlo agevolmente e con il minimo dispendio di energie si usano rapporti leggeri: basta agire sulla leva del cambio e la catena si sposta sulla corona più piccola; al contrario, quando si affrontano discese e lunghi tratti in pianura, innestando la corona più grande si raggiun- gono velocità ragguardevoli usando un rapporto duro; se ne deduce che nei tratti misti è utile servirsi della co- rona intermedia. Semplice, vero? arrivati al castello decidiamo di fare dieci giri a tutta velocità. ogni giro dura oltre sei minuti e il nostro obiet- tivo è terminare i dieci giri in meno di un’ora. il castello è situato sul ciglio di quella collinetta quasi impercettibile che ospita il mio paese. Si affaccia a ovest su una specie di depressione chiamata valle della cupa, che cupa non è affatto, anzi comprende la parte a nord- ovest del Salento – dove celebri vigneti si contendono ebbri primati – che a me pare il giardino di Dioniso, il fondatore del mio paese. E forse non è un caso che que- sto oceano di vigne si trovi a ovest di trepuzzi, il luogo di tripudio preferito dal nostro dio. mi piace pensare che Dioniso avesse disposto di piantare le vigne in quei campi dalla terra scura per godere al tramonto del divi- no privilegio di paragonare il rossore del sole fuggente a quei grappoli di rubino a lui tanto cari, scorgendo in essi sacre analogie da tramandare a noialtri rincoglioniti di stronzate. il giardino intorno al castello è stato progettato con cura. io non capisco nulla di giardinaggio, ma amadeus mi ha parlato spesso di questo posto: “Si respira un’aria fresca in ogni periodo dell’anno, le aiuole sono dissemi- nate di rosmarino, mentre in alto le chiome dei pini e degli eucalipti profumano e irrorano di ossigeno l’aria circostante. i cipressi a sud assicurano frescura in ogni momento, mentre le rose selvatiche, d’accordo con i fiori di lavanda, donano ai viali profumi dolcissimi. E poi pini di aleppo, enormi agavi dalle foglie insolitamente larghe, quasi preistoriche, cespugli di asparago, corbezzoli, rovi di more: è tutto un ben di Dio! Passeggiare per i viali del castello di villa Elvira equivale a riprendersi la salute, altro che beauty farm! vai a pedalare in quei viali, così depuri i polmoni dalla diossina che ci fanno respirare in questo schifo di Salento! Se tutti i parchi fossero come villa Elvira, la gente camperebbe fino a cent’anni!”. mi sento carico come un bisonte, se ne è accorto anche Gianluca, che di solito alla fine dei dieci giri mi stacca sempre di mezzo giro. E infatti lo precedo. lui oltrepassa la linea di arrivo, raccoglie il fiato e fa: “Hai cambiato doping?”. “Mens sana in corpore sano! merito di Paco ignacio taibo ii. Ho appena finito di leggere un suo libro sul- la rivoluzione messicana. Grande taibo, racconta fatti realmente accaduti e per renderli più vivi e drammatici li condisce con sentenze di tribunali, comunicati stampa, messaggi di spie e agenti segreti, i pizzini dei rivoluziona- ri, e tante, tantissime puttane. D’altronde, s’è mai vista una guerra senza puttane? a proposito di libri, devo ancora leggere quello su trieste-istanbul in bici. Sareb- be magnifico avventurarsi in un viaggio come quello di Paolo Rumiz e altan”. “Senti, c’è qualcos’altro che vorrei farti leggere. Si tratta di documenti. Documenti che nessuno conosce. Su imbrogli, occultamento di materiale tossico in mare, tangenti per appalti di pulizia, smaltimento illecito di rifiuti tossici in calabria. Hai saputo, no?”. “Ho letto qualcosa sui giornali, e me ne ha parlato pure mio zio. ora lavora per un altro quotidiano e so che sta facendo delle indagini”. “ascolta, questa roba tu la devi far leggere a tuo zio”. “ma insomma, che roba è?”. “imbrogli tra politici e mafiosi, un centinaio di pa- gine con le analisi dei terreni e delle falde circostanti alla centrale, analisi su carciofi, uva, olive e poi carne, latte, formaggi. ci trovi elenchi di nomi, luoghi, cifre di denaro in entrata e in uscita. Queste carte le deve vedere gente esperta, e con le palle”. “ma come hai avuto questo materiale?”. “Da mio fratello michele. lavora per una ditta che ha appalti alla centrale elettrica. Sono già due anni che sta lì. lui e i suoi colleghi si lamentano spesso con i loro capi perché non sanno cosa trasportano. Hanno provato a mettere in mezzo i sindacati, ma quelli hanno fatto capire che è meglio lavorare e stare zitti. mio fratello ul- timamente fa tre viaggi in calabria ogni settimana: parte carico e torna scarico. Dice che sembra gesso, ma quan- do lo scaricano nelle cave si sente un puzzo asfissiante. molti suoi colleghi tornano a casa con il sangue che cola dal naso, altri con i capillari degli occhi che scoppiano mentre sono alla guida di quei bisonti. un giorno mio fratello stava facendo manovra nel parcheggio della dit- ta quando il figlio del capo lo ferma e gli chiede un pas- saggio col camion per farsi portare in un altro punto del cantiere. Era carico di fogli, cartelle, planimetrie. Non s’è nemmeno accorto che una cartellina era scivolata sotto il sedile. mio fratello l’ha trovata un paio di giorni dopo, mentre lavava ’dhru cazzu de camion. Ha capito subito che si trattava di documenti compromettenti: ci sono tutte le commesse di viaggio del materiale tossico in calabria. Se n’è fatto una copia, e ha rimesso i fogli originali sotto il sedile del camion, non si sa mai”. Zio maurizio apre il browser e inizia a consultare siti dei ministeri, della Provincia, della Regione, camera di commercio, elenco fornitori, elenco finanziamenti pub- blici o comunitari, legge 488. Gli ho portato il materiale, gli ho raccontato tutto. improvvisamente impallidisce. mi invita a seguire il suo sguardo: sul monitor c’è il sito ufficiale della Regione, tra i vari bandi ce n’è uno che ri- guarda i servizi alla centrale elettrica. Scorro i nomi dei segretari e sottosegretari con mansione di controllo sulle attività di smaltimento della centrale. impallidisco pure io. Perché in quell’elenco c’è lucio, lo Spaccacoglioni. Zio maurizio si attacca al cellulare, contatta amici e colleghi. “alla centrale stanno facendo imbrogli. i con- trollori dormono, coprono illeciti. c’è di mezzo lucio. D’altra parte solo un politico come lui è in grado di ag- girare le leggi in materia”. cazzo! adesso mi spiego l’Hummer di suo figlio, la villona a Porto cesareo che pare la brutta copia di villa certosa, la maserati della moglie... “vado a fare il mio mestiere, vado al giornale”, mi dice zio maurizio, già sulla porta di casa. “tu prepara la cena, e chiama amadeus, digli di venire”. chiamo amadeus, e chiamo anche Sirio e luca. Poi vado in cucina e apro il frigo. È vuoto. Faccio il numero di Sandro, il mio amico pescivendolo. “Solo cozze e cefali, ti so’ rimasti? vabbè, portameli lo stesso, li faccio all’acqua pazza”. “all’acqua pazza? ma sei scemo? il cefalo è pesce da porto, sta in mezzo al fango e puzza, lo devi coprire con molte spezie. Fai così: prendi una bella manciata di ro- smarino, tre spicchi d’aglio, tre cucchiai di capperi, ben scolati mi raccomando, cinque alici sott’olio, metti tutto su un tagliere e affetta fino fino così ti viene un impasto omogeneo. Poi prendi un tegame, ci metti l’olio su tutta la sua superficie, ci aggiungi tre bicchieri di vino bianco, fai un bel letto di cipolle affettate, una decina di ciliegini e una manciata di olive nere. a questo punto prendi i cefali, ficcagli nella pancia l’impasto, mettili nel tegame e infila nel forno per una mezz’ora. a duecento gradi eh? E poi mi dici quanto era buono!”. amo molto cucinare, è il rito più utile del mondo. Spesso mi chiedo se non avrei fatto meglio a diventare cuoco. Gli spaghetti al sugo di cozze, il primo piatto che ho provato a cucinare, all’inizio mi venivano collosi come il vomito dopo un rave party e le cozze erano dure come i noccioli delle olive. Poi col tempo ho imparato a preparare i vari tipi di sugo, a usare il forno, la brace, il vapore... Ho eseguito a puntino la ricetta di Sandro, e vado a sedermi in giardino, sulla vecchia sedia di paglia, aspet- tando la “truppa”. Questa sedia sta qui da quando sono nato e chissà quanti culi ha sopportato. Di tutti i tipi. culi nervosi come quello di mio zio, culi adiposi e pelosi come quello di amadeus, culi pelle e ossa come quello della nonna, culi scorreggioni come quello di Mesciu Ronzu, culetti profumati come quelli delle amichette di zio maurizio e chissà quanti altri ancora... Sono arrivati tutti, amadeus, Sirio e luca, che hanno portato una bottiglia di Simpotica e una di Patriglione, zio maurizio e il suo amico antonio, che fa il maresciallo e si occupa di ecomafie. “aggiungi un posto”, mi fa amadeus, mentre acco- moda il suo culo peloso e adiposo sulla sedia. “Ho in- vitato Piero il militante, il cantante. È appena tornato dal Nord”. Piero è stato il pioniere della musica reggae nel Salen- to. È stato il primo a proporre il raggamuffin o Dj-Style negli anni ottanta, quando i suoi coetanei ascoltavano soltanto NewWave. al raggamuffin giamaicano ha ag- giunto il dialetto, iniziando a cantare prima in barese e poi in salentino. Proprio quando tutti pensavano che fosse una scelta sbagliata, il dialetto intendo, proprio quando il tamburello della taranta stava per scompari- re, quando l’eroina stava cancellando una generazione, quando la Sacra corona unita si era impadronita del- le piazze e la gente continuava a emigrare nonostante il benessere promesso a tutti. Piero ha contagiato una generazione intera di salentini. Piero è il padre di una cultura che rappresenta l’identità di questa terra. Prima ha fondato le tre Esse, poi ha messo su la Salento Posse. E sono arrivati i primi dischi, i concerti, le classifiche italiane con al primo posto Fuecu. alcuni tamburellisti di pizzica iniziarono persino a frequentare le dance hall per ubriacarsi con il ritmo di quella musica. Se oggi nel Salento è ancora viva la musica delle radici, e pure il dialetto, lo dobbiamo a lui. mitico Piero! Piero è alto quasi un metro e novanta, ha un fisico possente e asciutto, e si muove come un felino. Ha gli occhi di un tuareg, e lo sguardo che sembra perdersi nel deserto. indossa un paio di jeans attillati, una t-shirt nera con una stella rossa al centro, e porta un paio di nauseabonde all Star rosse. al collo, un paio di collane di cordoncino nero con perline rosse, gialle e verdi, co- lori che richiamano l’africa e la musica reggae. ci saluta con un “carnazza a tutti” e si accomoda a capotavola. tra un piatto e l’altro faccio una panoramica della tavolata: sembra la cena di un manipolo di guerrieri, o dei bravi di don Rodrigo. mi fermo su Sirio, il mento proteso in avanti in segno di sfida perenne, gli occhi freddi come quelli di un apache. Poi mi dico che siamo piuttosto un campione statistico abbastanza rappresen- tativo di questo paese: antonio è un rappresentante del- lo Stato, mio zio fa il giornalista precario, amadeus un proletario contadino-metalmeccanico, io e luca siamo figli di papà, Sirio è un figlio della classe operaia e Piero un artista. la voce di antonio interrompe la mia “immersione onirica”: sta raccontando agli altri degli imbrogli alla centrale elettrica. “Dobbiamo fare qualcosa insieme. Questa terra è diventata invivibile. i casalesi ci scambia- no per un cassonetto della spazzatura e i politici locali si nutrono delle loro schifezze. io faccio lo sbirro, rischio la vita dietro a questa gentaglia, rischio di beccarmi una bomba sotto la macchina o un proiettile in testa, va be- ne, è il mio lavoro, l’ho scelto io. ma l’inquinamento no! Non sopporto che per colpa di questa gentaglia di merda mio figlio o mia moglie possano morire di leuce- mia!”. “antonio, io combatto contro ’sti malavitosi da cinque anni, e mi sono beccato un mucchio di intimidazioni. in più, da quelli che fanno il tuo mestiere mi sono beccato pure quattro perquisizioni per sei miseri grammi di ma- rijuana. mi avete tolto la patente, mi avete spaccato la testa con i manganelli, mi avete mandato alla neuro, mi avete fatto una decina di tSo a base di Serenase. io devo pararmi il culo dai casalesi, dai tuoi colleghi, dai dottori e da questo paese di merda! i casalesi sono un sistema, e anche voi siete un sistema, mentre il mio unico sistema è la musica, lu sound system – e comu dicenu li Public Enemy pe lu rap – ete la BBC delli poveri! che cazzo vuoi che faccia?”. cala un silenzio pietrificato, come se ci avesse investi- to un maleficio. chissà perché ci aspettavamo tutti una soluzione da Piero, il militante. “te lo dico io, che cazzo faccio. chiamo le associazioni, chiamo gli altri artisti, organizziamo un maxi concerto in piazza, un festival contro l’inquinamento e le ecomafie. Embè, non dite niente? vi siete bloccati?”. mi viene in mente che mio padre nella cantinetta ha un Nero d’avola del ’93, e azzardo un brindisi: “brin- diamo alla nostra terra: lunga vita a chi la rispetta!”. “E alli merda na sajetta!”, mi rispondono in coro.