Music: Francesca Caccini
Deh! Taci omai, troppo d’Amore amica,
noiosa agl’occhi miei più che la morte.
Di fede e di pietà cruda nemica,
sù queste ignude arene
alle dovute pene,
ai meritati pianti
dolorosa per me sempre rimanti.
Lassa ch’indarno io prego.
Deh! Perchè non gli nego
quinci il partirsi a forza?
Deh! Perchè in dura scorza
omai non cangio il suo crudel sembiante?
Furie, che giù nella città di Dite
ad ogni mio voler sempre disposi
ne’miei soliti alberghi a me venite.
Per voi terribil’onde
ardino in vivo foco
e dall’atre voragini profonde,
eschino spaventose orche e balene,
tal, che di queste arene
ogni sentiero al dipartir si chuida;
orsù fuggite omai, fuggi se puoi;
opri forza d’incanto
quel ch’indarno tentaro i preghi, e‘l pianto.
Ahi crudo, ahi discortese,
tanto ardir, tante offese
pagherai con la morte;
dilaterà le porte
allo sdegno, al furore;
odiar saprà, quant’amar seppe il core.
Pur quel noioso aspetto,
dagl’occhi miei s’è tolto,
teco parli il mio volto.
Poi ch’io non so ridire
l’infinito gioire
d’un cor libero e sciolto;
teco parli il mio volto,
in cui disvela il core
desio di gloria, e di pudico amore.
Ma tu, madre cortese,
pria che dar libertade
all’incantata qui misera gente,
muovi meco le piante in quella riva,
ove giace dolente
di sangue unito alla mia bella Diva,
entro un mirto frondoso
alto guerrier famoso.
Non solo il chiaro Astolfo,
ma quanti fur dell’empia Alcina amici
oggi saran felici,
felici ancor saran nobil donzelle,
che per dar libertade al caro amante
incantate restar tra queste piante.