Gli hacker de santu paulu

Lyrics: Blasi Fernando Music: Blasi Fernando Gli hacker di Santu Paulu
Per me dicembre è sempre lo stesso: disteso sul divano sotto il piumino, piedi gelati, boccette di propoli, de- cotti fumanti allo zenzero, limone, miele, curry, alloro, fichi, echinacea, eucaliptolo e tutt’intorno montagne di fazzolettini. È da quando sono nato che passo il Natale in com- pagnia dell’influenza, dei nonni e di zio maurizio. me li ricordo tutti e tre accanto a me, a tenermi compagnia, nonna con le sue canzoni in dialetto, Mesciu Ronzu con i suoi racconti, e zio maurizio che mi faceva ridere. Forse è per questo che mi sono sempre sentito più nipote che figlio. Niente lucine intermittenti alle finestre, niente prese- pe o albero addobbato, al massimo qualche pigna appe- sa sulla porta. Quella di mia madre è una famiglia di sobri comuni- sti, mio nonno è una persona taciturna, cruda, con un coraggio insospettabile. Nel ’43, aveva appena dodici anni, sparò ai tedeschi in fuga verso brindisi col fucile dello zu Cocu, un vecchio archibugio lasciatogli in ere- dità da un prozio; nel ’46, dopo il referendum tra mo- narchia e repubblica, un monarchico gli sparò un colpo di pistola che gli prese di striscio la tempia e gli fece perdere parte dell’udito; nel ’50, a carmiano, durante la rivolta di arneo, si beccò due pallottole in culo dai militari del governo al soldo dei latifondisti. Questo della rivolta di arneo era il cavallo di batta- glia del nonno, e per me una sorta di aspirina capace di sbloccare le vie respiratorie più in fretta di quelle pasti- glie frizzanti. Gli storici la chiamano anche “la rivolta delle biciclette”, perché i contadini di mezza apulia ac- corsero in sella a vecchi cicli mossi da pedalate infuria- te. chissà, forse sono diventato un ciclista proprio per sentirmi invincibile come il nonno. immaginavo scene in bianco e nero dove nonni baffuti, rubicondi e incaz- zati su biciclette malandate attraversavano le antiche vie in basolato brandendo forconi, falci e martelli. Mesciu Ronzu era uno di quelli, un rivoluzionario, un uomo di altri tempi e di altri valori. troverai scritto di lui ovunque si narri di gente dura ma compassionevole, con poche parole da spendere ma tanti pensieri da regalare. È il mio mito, è la strada in cui il mio cammino ritrova la giusta direzione, accanto a lui non sento più quel nodo alla gola. mia nonna invece è estroversa, per certi versi chiac- chierona, non manca mai di contagiare chi le sta vicino con il suo buonumore. anche lei ha passato la vita nei campi, ma di quel tempo ama ricordare i giorni vissuti in spensieratezza, quando, bambina, aspettava il passaggio del gregge per salire in groppa alle capre, oppure quan- do, giovincella, andava a Galatina per ballare le tarante alla festa del Santu Paulu. Quei racconti curavano l’influenza e l’anima, e non nascondo che in fondo non mi dispiaceva di essermi ammalato. la nonna di tanto in tanto si allontanava con la scusa di preparare il caffè al nonno. ma io la sentivo lo stesso, perché il nonno, duro d’orecchi com’è, costringeva lei a gridare e me ad ascoltare. “ma proprio a cortina se ne doveva andare ’sta figlia mia! ma da chi ha preso? che fa? Se ne va a cortina e mi lascia il ragazzino a casa, solo!”. E mio nonno, di rincalzo: “a sciare se ne vanno quei due dessemurati! E non è la prima volta! manco due anni teneva, quando ce lo lasciarono per quindici giorni: e perché? Perché a imparare a sciare dovevano andare”. “Sono uguali: una dorme e l’altro non si sveglia!”, continuava a borbottare mia nonna. che bella gente i miei nonni, puri di un amore puro, antico e inattaccabile. Sempre complici, e pieni di comprensione nei miei confronti. alla fine è proprio vero che ami chi ti cresce e non chi ti mette al mondo. Provate a chiederlo alla mia gatta, che mi scambia per sua madre. E se non ci credete, andate a vedere cosa è successo a lorenz con le sue oche. anch’io sono un cucciolo che si è affezionato a chi lo ha cresciuto perché l’amore se ne fotte delle conven- zioni. io sono figlio di chi mi ha insegnato a fare la pipì, la cacca, a mangiare, lavare i denti, studiare, difendere, rispettare, correre, riposare, aspettare, agire, perdonare, giudicare e... pedalare. ma stavolta sono proprio incazzato. mi rode il culo di non poter raggiungere gli altri. Dopo la cena a casa di zio maurizio, abbiamo cominciato a darci da fare per avviare una campagna d’informazione e mobilitazione su inquinamento e salute pubblica in Puglia. l’idea di Piero il militante di organizzare un concerto per denunciare quello che succede alla centrale elettrica sta prendendo forma. Zio maurizio ha usato tutte le sue conoscenze per ottenere i permessi per il concerto, e Piero ha contattato un sacco di artisti, disposti ad ap- poggiarci. in poco tempo la notizia dei traffici alla centrale ha fatto il giro della provincia, della regione e in parte an- che del paese, grazie alle nottate in bianco mie, di luca e di Sirio, che ci siamo assunti il compito di aggiornare costantemente il blog di zio maurizio spammando sul web tutto ciò che riguarda l’evento, e un mucchio di gente aspetta il concerto per urlare la propria rabbia. Prima di Natale abbiamo montato dei gazebo a lec- ce, nella centralissima piazza mazzini, dove a ritmo di raggamuffin vengono distribuiti volantini, brochure e bicchieri di vino. la gente si ferma, s’informa, firma e va via incazzata. Sono venuti ad aiutarci pure diversi volon- tari, associazioni di malati di cancro, preti che lottano contro le mafie, gli ecologisti brindisini che dagli anni ottanta combattono contro la centrale a carbone e gli attivisti di Greenpeace. confesso che provo un po’ d’invidia, io che ho sem- pre quel nodo alla gola e non so mai da dove comincia- re, quando vedo tutta questa gente cooperare come se lo facesse da una vita, fasci, democristiani, comunisti, preti, bestemmiatori, ladri e sbirri. Perché ci sono tutti, davvero tutti. che sia la paura la vera benzina della col- laborazione? il benessere ci divide e la fifa ci ammassa? Ho conosciuto tanti ragazzi di Greenpeace, un paio vengono dal canada e hanno appena vent’anni. mi sono chiesto che cazzo ci fanno in questo buco di terra in mez- zo al mediterraneo. cosa li spinge qui, un luogo dove l’indifferenza si mette ad ammirare lo smog? mi sono avvicinato al loro tavolino, presentandomi con il mio inglese so’n’so. Gli parlo del Salento che fa rima con sole, mare, vento e inquinamento, e loro mi confidano che vogliono arrampicarsi sulla canna fu- maria della centrale a carbone per fissarci sopra uno striscione con l’arcobaleno, ma non vanno oltre. È un segreto, mi dicono. Gli faccio notare che la ciminiera della centrale è alta più di centocinquanta metri, ma loro scoppiano a ridere: sanno tutto della centrale, hanno studiato ogni detta- glio a tavolino, navigando sul web. Robert e calvin sono due ragazzoni atletici che sanno fare di tutto, dalle immersioni ai lanci col paracadute, alle arrampicate. mentre continuiamo a parlare ci rag- giungono due ragazze, anche loro di Greenpeace. Sono austriache, si presentano, Nina e annette, e si siedono al tavolo con noi. intanto si è fatta mezzanotte, ma la notte è calda, non sembra affatto inverno. li invito a sedersi sui gradini di una chiesetta sconsacrata poco distante dall’anfiteatro greco, famoso per i gatti randagi che vi amoreggiano, e intanto penso che forse il fatalismo del Sud sta per scom- parire, così com’è comparso. magari non saremo noi ad assistere al cambiamento. Noi, terroni del Sud, gabbati dall’unità d’italia, dal sacco del capitalismo nordista che ambiva solo al banco di Napoli, e dalla chiesa che ci ha illusi, abbandonati e imbigottiti. Da qualche mese lecce respira un’aria diversa e an- che i motivi barocchi scolpiti sulle facciate delle anti- che abitazioni signorili sono tornati a sorridere, come se tutt’a un tratto la depressione monarchica di questa città avesse deciso di abdicare a favore della gioia di questi sanculotti-rasta-tarantati assetati d’ecologia. chissà, for- se stiamo imparando a coniugare il futuro, cosa rara a queste latitudini perché il dialetto salentino non consen- te di coniugare alcun verbo al futuro, e forse per questo ci sembra normale vivere alla giornata. “il mondo oggi è regolato dall’economia, che decide per noi come se fosse il fato. ci costringono a vivere a rit- mi troppo accelerati, ritmi disumani che creano sprechi e affanni, che assorbono le nostre energie restituendoci in cambio un benessere illusorio e un malessere reale. ci costringono a vivere in spazi sovraffollati, le chiama- no città ma funzionano come le gabbie degli zoo”, mi accorgo di pensare a voce alta, perché Nina mi osserva incuriosita accennando una smorfia tenera come per dirmi che non ha capito, e io sento che le mie ginocchia si sciolgono. Perché Nina è bella, bella davvero. “Non so perché penso queste cose”, le dico anche se non capisce, “forse perché da piccolo ho visto troppe volte The Wall dei Pink Floyd. Sai, dicono che gli esseri umani assomiglino ai posti in cui vivono e io ci credo, perché mi sento un animale in gabbia anche se non vivo in una metropoli. ormai anche nei nostri paesini ti vie- ne la voglia di abbassare lo sguardo perché non c’è più niente all’orizzonte e quando alzo gli occhi al cielo vedo solo draghi di smog”. ci sono luca e Sirio sui gradini della chiesetta. luca sta rollando uno spliff. ci sediamo anche noi, e Nina si siede accanto a me, così vicina che i nostri culi si toccano: fuecu intra ’sta casa. tutt’intorno i richiami erotici delle gatte dell’anfiteatro. E anche i miei ormoni cominciano a volteggiarmi intorno come un branco di barracuda. Zio maurizio dice sempre che quando vuoi comuni- care e non conosci la lingua, devi ricorrere al più uni- versale e comprensibile dei linguaggi. Quello dei corpi. E devi avere la chiave di casa sua. infilo la chiave nella toppa, spengo il cellulare, spengo le luci. il resto non vi interessa.